Domenico Zavattero.

L'analisi dell'ideale.

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1907. L'Iniziativa Editrice, Rimini.
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Questo testo  stato curato per il "Progetto Manuzio" dall'associazione culturale Liber Liber.
Il progetto, aperto a chiunque voglia collaborare, si pone come scopo la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
     Fondazione Ezio Galiano onlus
        http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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UN CENNO SULL'AUTORE.
Domenico Zavattero nacque a Sanremo il 29 luglio 1875 da Giovanni e Antonia Bruno.
Compie gli studi elementari e inizia giovanissimo a lavorare, formandosi tuttavia una vasta cultura da autodidatta. Trasferitosi a Torino con la famiglia lavora come commesso presso un libraio e aderisce al socialismo. A 19 anni emigra e parte per la Turchia dove esercita il mestiere di terrazziere nellambito delle costruzioni ferroviarie.
Al suo ritorno in Italia, ad aprile 1897, la sua adesione alle posizioni libertarie e anarchiche, alle quali gi si era avvicinato fin dal 1894, diventa pi attiva e militante. Inizia fin dal mese successivo la lunga serie di arresti e la sua indefessa attivit pubblicistica che lo porta a fondare decine di periodici, a stampare opuscoli in grande quantit, nonch ad affrontare trasferimenti frequentissimi di residenza. 
Muore a Ravenna il 3 aprile 1947.
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1.
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Nell'essere umano agisce una forza naturale, istintiva che  molla di progresso indefinito, d'indefinito perfezionamento per la specie: il bisogno di migliorare le proprie condizioni d'esistenza.
Bisogno - questo - sempre insoddisfatto perch ognor pi potente di mano in mano che vengono applicati nuovi mezzi per soddisfarlo, ad esso  dovuta la liberazione dell'umanit dalla barbarie delle epoche primitive, dalla notte del medio evo; grazie ad esso gli uomini d'oggi non s'appagano del relativo grado di benessere di cui godono in complesso al presente, ma si agitano, combattono, non solo raggruppati in minoranze coscienti, ma agglomerati altres in grandi masse inconsapevoli magari della loro azione e della portata di questa: cercano con ogni mezzo di migliorare il proprio stato economico, anche dal punto di vista individuale, dalla qual cosa necessariamente derivano gli sforzi solidali pel miglioramento collettivo, non potendo l'individuo conseguire un reale benessere che non si rifletta in quello della collettivit e che a sua volta non ne sia il riflesso, essendo, esso individuo, parte inscindibile della collettivit medesima.
 cotesto miglioramento collettivo che molti esaminatori superficiali dei fenomeni sociali sono portati a negare, perch a cagione della brevit della nostra esistenza personale esso non balza, nel volgere d'una sola generazione, all'evidenza, n l'individuo riesce a vederlo realizzato in relazione al suo desiderio; pur tuttavia esso esiste e venendo di generazione in generazione a trasformare - sia pure insensibilmente - le condizioni di vita sociale, sostituisce, a traverso il lento succedersi dei secoli, quel cumulo spesso convulso e quasi sempre confuso di fatti e di avvenimenti che la storia va successivamente registrando, e avvicina all'epoca nella quale le umane generazioni godranno una somma tale di benessere, che oggi non  possibile concepire senz'attirarsi le beffe di chi, nelle aspirazioni d'un sentimento entusiasta del bello e del buono, non scorge che una volata icarea negli spazi sereni dei sogni, un tuffo nell'oceano sterminato dell'utopia.
Utopia che si risolver per un giorno in fatto palpabile, reale, se pure innanzi quel tempo non si spezzer la molla del progresso umano: cosa che ognun di noi sente impossibile senza l'arresto della vita sociale, senza il deperimento della specie, l'annientamento dell'enorme lavorio compiuto dall'uomo attraverso i secoli, l'inghiottimento di tutto quanto le generazioni infinite hanno accumulato di tesori materiali e intellettuali correggendo le combinazioni caotiche della materia bruta, aggiungendo l'opera loro illuminata alle creazioni cieche della natura.
Se il progresso non  passibile d'arresto senza porre l'umana specie sopra una parabola discendente, che cosa vi sar di non realizzabile nella vita degli esseri intelligenti?

2.
Questo bisogno perenne nell'uomo  la chiave di volta di tutto l'edificio sociale. Grazie sua noi siamo usciti dall'animalit bruta, ci siamo fatti socievoli, abbiamo costituito le trib, le famiglie; grazie ad esso son sorte le nazioni, si son fondate le patrie. Grazie ad esso ancora, oggi l'umanit spinge gli sguardi addentro nel futuro, cammina sotto l'egida d'un ideale e perverr domani a fondare la patria comune, l'universale famiglia umana.
Ideale!
Parola fatidica che racchiude intero il poema della vita; fanfara squillante che in tutt'i tempi ha chiamato alle lotte pel trionfo della verit le schiere di uomini anelanti di scuotere il giogo delle tirannidi secolari che sopra gli esseri pensanti gravava.
Eppure sarebbe in errore colui che a questo motto luminoso attribuisse una forza extra-umana con significato superiore al reale, un contenuto di sublimi virt che solo a poche anime elette fosse dato praticare.
No, l'ideale non  una virt infusa nell'anima di gente che possieda facolt speciali per praticarla; non  un dono - di dio o della natura che dir si voglia - largito in varia misura e i cui frutti maturino e siano abbondanti in proporzione dei meriti di chi ne porta i germi in s.
Se anime sentimentali, eccezionalmente affettive, comprese ancora d'un misticismo che non portandole pi - nella modernit nostra - alla religione del soprannaturale, le porta a quella del "dovere", del "sacrificio", scorgono in esso il faro eccelso guidante con la sua luce simbolica la nave umana a traverso i flutti dello sconvolto mar della vita verso il porto ancor lontano della felicit, ci non esclude che il contenuto di quello che si chiama "ideale" rimanga invariato; gli uomini ragionatori, sezionando col rigor della loro logica il termine, ce ne hanno rivelato l'essenza: hanno dimostrato ch'esso non  altro che il punto astratto, convenzionale verso cui tendono gli sforzi degli uomini nella ricerca istintiva dei mezzi atti al miglioramento continuo delle condizioni d'esistenza: ricerca che si fa cosciente solo allorquando lo sviluppo dell'intellettualit e l'accumularsi dell'esperienza suscitano minoranze di uomini che animati da uno spirito indagatore e particolarmente adatto al disimpegno dell'opera novatrice, ricorrendo ai molteplici rami della scienza e prendendo parte alle agitazioni incomposte delle masse non ancora illuminate, perfezionano i mezzi di produzione e si studiano d'imprimere un indirizzo determinato e deciso all'azione inconsapevole delle falangi proletarie.
L'ideale, in altri termini,  l'aspirazione al benessere assoluto, a ci che in linguaggio non soverchiamente proprio  chiamato "perfezione". Esso  quindi la sintesi del bisogno naturale che ognun di noi prova d'appagare ogni suo desiderio; estrinsecazione appunto, cotesta, di bisogno; e se sono pochi coloro che si lanciano risolutamente nella lotta necessaria alla realizzazione di detto "ideale", non  gi perch siano pochi gli uomini che hanno dei bisogni da soddisfare, bens perch sbagliata  la concezione dei pi in materia.
Pochi conoscono il vero campo d'azione; si limitano perci ad una lotta personale pel miglioramento delle proprie condizioni d'esistenza in quanto ci  compatibile con le forme di vita sociale in vigore, reputando dette forme condizione essenziale per l'esistenza della societ stessa. E questa lotta personale non si verifica neppur sempre, n  da tutti combattuta. L'interesse dei privilegiati  sempre stato di comprimere ogni aspirazione di popolo: di rafforzare cio ogni manifestazione di bisogni. E i signori privilegiati sono cos bene riusciti nei loro intenti, che la generalit degli uomini, mantenuta nell'ignoranza, assuefatta alla rassegnazione, intimidita in ogni guisa dallo spauracchio delle autorit terrene e di quelle celesti, si sforza ad accontentarsi del proprio stato per non rischiare di perdere il meschino salario, la libert fisica, la vita materiale e la salute dell'anima.
Ma l'aspirazione rimane; l'ideale verr momentaneamente spostato nell'obbiettivo della lotta per la sua realizzazione, ma nulla muter nella sua essenza. Lo si osservi circonfuso dal nimbo dorato del sentimento; lo si esamini con la lente del raziocinio, inesorabile sfrondatore delle astrazioni poetiche; lo si analizzi, lo si scomponga in tutt'i sensi per sorprenderne ogni funzionamento pi riposto, esso rimarr ad ogni modo una ruotella semplicissima di questo formidabile meccanismo che  la vita: ruotella che afferra tutti senza distinzione, anche coloro che per monopolizzare la qualifica di "positivisti" sul serio, di "deterministi" tutti d'un pezzo, ostentano un disprezzo immenso per coloro ch'essi hanno battezzato con l'appellativo d'"idealisti".

3.
Chi difatti non aspira a qualche cosa di superiore, di perfetto nella vita, non fosse che nell'ambito dei propri interessi immediati, se circoscritti sono i suoi orizzonti, una soltanto la sua visuale? Chi, pur vivendo terra terra, non persegue, sia pure mentalmente, un ideale in amore, nei piaceri venali, in arte, in letteratura, in politica?
Certo, l'ideale d'ognuno varia a seconda delle singole condizioni d'esistenza, capacit intellettuali, intuizioni in materia di progresso e di vita; ha variato in ogni epoca, a seconda dello spirito dei tempi ad essa relativo. L'ideale di noi viventi nel ventesimo secolo non pu esser quello degli uomini preistorici; le idealit patriottiche appaiono meschine a chi intravvede l'affratellamento dell'intera umanit; alla mente del sociologo s'apriranno ben altri orizzonti di quelli a cui guarda un patagone; n un milionario avr le aspirazioni d'un povero diavolo all'ultimo grado di rassegnazione, pel quale unico sogno ormai  un posto tranquillo nel ricovero di mendicit.
Ma qualunque siano i punti di vista degli uomini assisi o accasciati sugl'interminabili gradini della scala sociale, l'essenza dell'ideale rimane la medesima: aspirazione all'accrescimento del proprio benessere, fino a non aver pi nulla a desiderare; aspirazione a godimenti essenzialmente fisici per chi - ancora in basso nel termometro psichico - non prova bisogni intellettuali; ma che si completa in quella di godimenti del pensiero, laddove  accesa la scintilla dell'intelligenza, dove risplende la fiaccola dell'istruzione.
Spostando quindi i differenti modi che gl'individui hanno di vedere e considerare le cose per ridurli a un sol punto di vista, al punto di vista sociale, noi ridurremo l'ideale all'esatta concezione che d'esso ha una collettivit di uomini i quali comprendono come il benessere d'uno sia sempre e sotto ogni aspetto relativo a quello dell'intera collettivit, poich il vero benessere dell'umanit tutta si compone della somma del benessere delle singole individualit che la costituiscono; cosa che viene a provare la necessit di assicurare il benessere a tutti, affinch ogni individuo lo possa godere. Avremo cos la concezione del perfezionamento di tutto il complesso della vita sociale in maniera che il benessere non sia pi monopolio di privilegiati n limitato al godimento materiale, ma natural condizione d'esistenza fisica e intellettuale per tutto l'umano consorzio.
Dir di pi: anche nelle attuali condizioni d'esistenza, qual' l'uomo che facendo per un istante astrazione dalla particolare visuale del tornaconto grettamente personale, non aspira a una forma di vita in cui tutti gli esseri pensanti possano disporre liberamente di quanto ad essi occorre per godere la vita fuori d'ogni tirannia politica e d'ogni schiavit economica?
Si potr obiettare che tale aspirazione non  realizzabile; ci non impedisce ch'essa arrida - sia pure sotto forma di semplice astrazione - anche a chi non ci crede, appunto perch base fondamentale dell'umana natura  il desiderio di conquistare la felicit, quella felicit che non mai raggiunta finora con le lotte per la supremazia propria con l'asservimento altrui a s stesso, ora incomincia ad essere intravveduta a traverso a nuove concezioni della vita di meno in meno antagonistica e sempre pi solidale a misura che la maturazione dei tempi avvicina all'epoca di quella raccolta che solo cieche considerazioni d'interessi personali possono ostacolare con lo spingere una parte dell'umanit - la parte oggi privilegiata - a difendere le forme d'organizzazione esistenti, allorch discendendo dalle nubi dell'astrazione, le umane idealit tendono a concretarsi sul terreno dei fatti.
Che cos avvenga, ce lo prova il fatto stesso osservabile da chiunque: l'incontro cio fra il milionario e il povero lavoratore i quali - antagonisti irreducibili l dove la materialit degl'interessi li schiera per forza di cose l'un contro l'altro - tendono pur tuttavia in linea astratta a un medesimo obiettivo ideale quando alla lor mente balena un sentimento identico: il sentimento che li spinge a sognare una umanit felice, una vita scevra degli orrori attuali. Incontro d'un istante appena - cotesto - giacch il punto di vista particolare degl'interessi li riallontana tosto, il Creso per godersi i proprii milioni, difenderli e accrescerli; il paria per ripigliare l'aspra fatica, richiamato alla realt delle cose dalla catena di schiavo che gli avvince i polsi ed i malleoli, tenendolo inchiodato al carro del capitalismo.
Ma si sono incontrati; quando il fatal divenire delle cose avr dato a entrambi un medesimo assetto d'esistenza, ad essi briller una unica concezione di finalit da raggiungere.
Sono nemici oggi, non perch diversa sia la loro natura, bens perch diversa  la loro situazione economica.


4.
Molti sostengono che l'impossibile consista appunto nel realizzare un assetto di vita sociale eguale per tutti; asseverano che l'interesse personale sar sempre la base d'ogni organizzazione di societ e che ognuno cercher quindi sempre di procacciarsi la maggior quantit possibile di benessere per s, infischiandosi degli altri e magari danneggiandoli, ove ci gli convenga.
Lontanissimo dal sostenere che regola della vita debba essere il sacrificio proprio pel bene altrui (cosa che non sarebbe neppure umana) osservo nondimeno che lo stesso interesse personale spinge fatalmente la societ verso le forme di vita preconizzate dal socialismo. Finora la vita s' svolta antagonistica perch male inteso fu sempre il concetto del personale interesse; male inteso fino a un certo punto, d'altronde, perch lo stesso spirito meschinamente egoistico nel senso ristretto e brutto della parola, fu sempre temperato dal principio della solidariet (inevitabile in una specie socievole) anche nelle epoche e fra quelle classi e caste che pi furono e sono animate dal sentimento esclusivo del tornaconto proprio.
Anzi,  questo sentimento appunto che genera quello della solidariet. Che cosa  difatti la solidariet se non il mezzo tendente a assicurarsi personalmente il maggior benessere possibile? I differenti gruppi d'interessi spingono gl'interessati a solidarizzarsi fra loro, a mettersi in grado di poter sostenere meglio la lotta contro gl'interessi opposti; e la stessa classe capitalista ce ne fornisce la prova: in lotta fra loro, i membri di questa classe, per i loro antagonismi interni e per interne questioni di concorrenza che la dividono e suddividono fino allo sminuzzamento individuale a traverso i gruppi nazionalistici e regionalistici, essi si stringono tosto in un mutuo patto di solidariet che pu all'occorrenza diventare universale, non appena l'interesse dei singoli porta a far comprendere la necessit di difendere quello del complesso, a fine di combattere e sopraffare gl'interessi opposti d'una classe antagonista: putacaso del proletariato.
Senza questa solidariet borghese, la classe lavoratrice sarebbe gi molto pi avanti di quello che , sul terreno delle sue conquiste!...
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Il progredire dalla societ umana ci rivela sempre pi la tendenza al fondersi e accomunarsi degl'interessi in apparenza irreducibili; questo, mica perch negli uomini vada affermandosi uno spirito ognor pi potente d'abnegazione che spinga l'"individuo" a spendersi e magari sacrificarsi per l'"umanit"; ma perch, al contrario, si va comprendendo (e se anche non si  consapevoli del fenomeno, esso s'impone per forza di cose) che dall'unione delle forze produttive l'umanit ha tutto da guadagnare collettivamente e gli uomini personalmente, perch grazie ad essa diminuisce l'umana fatica, s'aumenta e si perfeziona la produzione, si estende e si rende possibile a tutti il sapere, si acuiscono l'intelligenza e la vigoria muscolare mettendo cos a disposizione della produzione maggiori energie e attivit fisiche e intellettuali, talch si porge a tutti il modo di godere ampiamente del benessere materiale e morale a cui ognuno aspira, di vivere in un ambiente trasformato sotto tutti gli aspetti della vita materiale e intellettuale, della purezza morale, dell'igiene e in tutti i campi dell'umana attivit: industriali, agricoli, artistici, scientifici, ricreativi.
L'antagonismo fra uomo e uomo, invece, o il principio della solidariet circoscritto a pochi casi della vita e ristretto a classi, a caste, a combriccole, a corporazioni (per le quali la lotta collettiva sostituirebbe quella individuale, aggravandola sotto certi aspetti e in certe circostanze) d un'illusione momentanea di benessere per chi esce vittorioso da tale lotta; ma oltre a tenerlo sempre all'erta e in agguato per le difese e le insidie dell'indomani, per ulteriori attacchi e battaglie (la qual cosa porta per totale conseguenza la costituzione di organi di difesa e d'offesa: Stato, codici, eserciti, superstizioni e pregiudizi...) detto antagonismo non procura un reale benessere ad alcuno, perch ogni individuo come membro di una collettivit dalla quale non pu essere in nessun modo assolutamente disgiunto, vien necessariamente a soffrire in tutti i modi del disagio d'una parte di detta collettivit, mentre ne gode per riflesso del benessere, contribuendo in pari tempo col proprio a garantire quello della collettivit medesima.
Chi difatti pu dirsi oggi veramente felice, soddisfatto sotto ogni aspetto, non sofferente in qualche guisa pei mali sociali, fra coloro stessi che sembrano i felici per eccellenza, gli dei in terra?
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Questa fusione d'interessi non si verificher d'un tratto, n si produrr senza terribili scosse. Troppo mal si comprende che base del benessere individuale  quello collettivo e se per un falso concetto dell'interesse personale le classi privilegiate combattono strenuamente la tendenza all'accomunamento degl'interessi, dal canto loro gli stessi sfruttati, a cagion d'una falsa educazione o della sua totale mancanza, nutrono un concetto assolutamente errato dell'essenza della vita. Laddove esiste un interesse comune, si vede un danno; nei novatori si scorgono faziosi, pescatori nel torbido; negli stati sociali nuovi che s'affacciano all'orizzonte, si vede la rovina, l'asservimento dei gaudenti d'oggi. Ma la forza delle cose s'impone; e la stessa fase di lotta che si prepara, tanto temuta,  fecondatrice di bene; non voluta dagli uomini ma ad essi imposta dalle fatalit storiche, l'opera dei coscienti tende a limitarne il lato disastroso delle conseguenze. Lasciata a s, potrebbe tardare; ma scoppiando infine, sarebbe pi tremenda, come fiumana che straripi ove opera arginatrice non sia stata compiuta. E scoppiar deve, preparata o no, perch  fatale cotesto accomunarsi degli interessi umani, pel fatto stesso dell'universale progredimento che nessuno, pur volendo, potrebbe ar


5.
Basta una rapida interrogazione alla storia, per tosto persuadersi come sia costante nell'uomo la tendenza a mettere gl'interessi individuali sempre pi in armonia con l'interesse generale della societ. Se cos non fosse, la storia non esisterebbe: la vita umana sarebbe stata sempre una sequela incessante d'aggressioni personali e in nessun ramo dell'umana attivit si sarebbe avuto progresso.
Tale tendenza, d'altronde,  anteriore alle stesse epoche storiche; e lo studio di quello che fu l'umanit preistorica - studio forzatamente monco perch scarsi sono ancora gli elementi su cui esso si fonda - ci mostra come il principio di socievolezza allo stato d'istinto nella specie umana (comune, d'altra parte, a una infinit d'altre specie animali) siasi andato raffinando attraverso i tempi, prendendo le mosse fin dalle et pi remote, fin da quando ancora nella specie "uomo" non brillava barlume d'intelligenza, presa nel significato che comunemente si d a questo termine.
A misura che l'uomo s'avvede di trovare nel complesso della collettivit la condizione essenziale all'affermazione degl'interessi proprii, di maniera che dal benessere generale ne derivi il suo particolare, va sempre pi stringendosi a detta collettivit, rinunziando magari all'affermazione di qualcuno dei suoi gusti, comprimendo qualcuno dei suoi atti impulsivi: rinunzia e compressione apparenti, le quali possono venire scambiate per un'azione altruistica, per un sentimento d'abnegazione dell'individuo verso la collettivit, mentre non sono che il mezzo per aumentare la somma del benessere collettivo, condizione essenziale - gi l'abbiam visto - per garantirsi ciascuno il benessere proprio.
"Ma - mi si potr osservare - l'azione di coloro che si sacrificano pel bene altrui, pur sapendo che ad essi non ne ridonder vantaggio personale, come pu essere compiuta se non grazie a cotesto spirito d'abnegazione?"
Ebbene, anche ci che vien comunemente chiamato "sacrificio",  un atto naturalissimo, il quale d, a chi lo compie, tanta soddisfazione quanta gliene darebbe un altro atto qualsiasi, tendente a procurargli una soddisfazione materiale, o quanta ne darebbe - quest'altro atto -a un individuo che concepisse il piacere unicamente dal punto di vista materiale.
Il "sacrificio" avviene, difatti, perch in chi lo compie c' l'inadattamento alle condizioni d'esistenza dell'ambiente ch'ei vorrebbe trasformato; havvi cio tanta ripugnanza per le condizioni di vita contro cui insorge, ch'egli soffrirebbe di pi a starsene indifferente e curare la gretta sua parte d'interessi personali, di quello che soffra a spendere l'attivit sua in una esistenza travagliata a cagion dell'opera novatrice che persegue e la vita nel martirio che gli possa procacciare un'azione contraria ai codici del suo tempo.
L'uomo che si avventura al salvataggio d'un naufrago, lo fa perch a vederlo abbandonato nel pericolo, soffrirebbe una somma maggiore di dolore, che ad arrischiar la sua vita nel salvataggio.
La molla del "sacrificio"  l; nel bisogno d'uno sfogo inerente alla propria natura; nell'impossibilit di adattarsi alle condizioni di vita in cui si vive.
Chiamatela come volete, cotesta molla: chiamatela magari "altruismo", dal momento che si sofistica tanto su questo termine; il nome non modifica nulla alla sostanza.
La generalit degli uomini che s'adattano invece alle condizioni di vita dell'epoca loro, si stupiscono che quei pochi, all'adattamento all'ambiente preferiscano la lotta, i patimenti, la morte; e, ammirando, si figurano che i caduti abbiano fatto uno sforzo, un sacrificio: quindi li salutano martiri, mentre costoro non hanno fatto che obbedire a uno sfogo della loro natura.
Fra i mali infiniti che gravano sull'uomo, questi, guidato pi dall'istinto che dalla coscienza, affronta il minore. Per esseri comuni, nel caso nostro il minor male  l'adattamento all'ambiente; per gli esseri di squisita sensibilit,  minor male l'insorgere contro l'ambiente. Ecco la differenza che crea da un lato i rassegnati, gl'indifferenti, i scettici e d'altro lato i precursori, i novatori, i martiri. Il maggior grado di volgarit o di squisitezza, segna i gradi dell'adattamento o della ribellione.
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L'azione di cotesti novatori si  manifestata in tutti i secoli, in tutti gl'istanti della storia. Le societ segrete che minano gl'imperi orientali; i greci che pugnalano i tiranni, gli schiavi di Sicilia e i gladiatori di Roma che insorgono e mettono a repentaglio l'esistenza della repubblica potente; i cristiani che rovesciano gl'idoli del paganesimo; tutti, tutti coloro che nell'incessante sopraffazione di popolo e nella sovrapposizione di razze si opposero ai conquistatori o lavorarono alla loro cacciata; le conventicole di congiurati, le stte infinite, i filosofi solitari che fiorirono nel medio evo lottando contro i mille signorotti e la strapotenza della chiesa cattolica: i rivoluzionari di tutte le epoche e di tutti i paesi; i patriotti italiani, la studentesca russa, gi gi fino a coloro che oggi attaccano vigorosamente il poderoso meccanismo capitalistico irto di baionette e di cannoni, credettero sempre e credono tuttora di combattere per un ideale, di sacrificarsi sull'altare d'un principio, d'essere dei martiri, come tali furono sempre salutati, se non dai contemporanei, dai posteri.
Eppure il loro sacrificio ebbe sempre una base la quale nulla toglie, del resto, all'importanza dell'opera compiuta, ma che non deve spostarne la concezione: il grado d'insofferenza delle condizioni dei tempi, spinto tanto alto da rendere impossibile l'adattamento ad esse.
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Lo stesso spirito del cristianesimo che sembra basato sul sentimento di rassegnazione per eccellenza, non sfugge all'origine comune; direi anzi che il merito dei suoi martiri - se merito esistesse - sarebbe minore di quello degli altri. Che cosa era difatti la vita pei cristiani? Un tormento momentaneo, preparatore delle beatitudini celesti. La morte? Il passaggio dal sogno terreno alla realt della vita eterna. La sofferenza, l'immolazione, il martirio? Il mezzo per guadagnarsi il paradiso.
Con questa serena fede, bisogna dire che quel cristiano che non si fosse mosso in cerca del martirio, era un cristiano da burla.
L'essenza del cristianesimo, fatta di rassegnazione, rispondeva allo spirito dei tempi. I miseri, gli oppressi, gli schiavi, i reietti di tutti i popoli, schiacciati dalla suprema tirannide di quell'epoca; quella stessa parte sana dei ricchi, nauseata dalle aberrazioni dovute all'orrenda corruzione generale del paganesimo, alle convulsioni d'una civilt in isfacelo, fra le guerre, le stragi, le dissolutezze, le infamie universali, disperando di rimediare a tanti mali, di rinnovare il mondo terreno, dovevano naturalmente sentirsi portati ad aspirare a un'oasi, a una patria comune in cui - lungi dai mali terreni - fosse possibile godere l'agognata pace. Staccandosi quindi dalla terra travagliata, lo spirito di quegli uomini si alz verso il cielo: immagin la patria celeste come premio a chi sdegnava partecipare agli orrori della vita reale d'allora: la immagin come aspirazione alla felicit che era impossibile - lo si sentiva - realizzare in terra. La stessa natural reazione alle brutalit universali, port all'esagerazione della mansuetudine: vedendo il male derivare dai lupi, gli uomini nuovi pensarono stabilire il bene col farsi agnelli. E qual necessit, d'altronde, d'essere bellicosi, se l'agognata patria non era in terra?... se - per conquistarla - bisognava soffrire, patire e morire?
Lo spirito rivoluzionario - nel senso comune di ribellione alle oppressioni e alle ingiustizie - si afferma laddove si vuole abbattere l'ingiustizia e l'oppressione in terra. Il cielo  la patria dei martiri; i ribelli l'hanno o la cercano in terra, la patria loro.
Abbia o non abbia esistito Cristo, ci non muta nulla all'essenza del fenomeno del cristianesimo. Se  esistito, vuol dire che esso fu la sintesi dello spirito del suo tempo: e questo spiega la forza formidabile dell'opera sua. Se non  esistito, vuol dire che fu lo stesso spirito dei tempi a crearne - qual sintesi propria - la leggenda, personificando in un essere materiale le aspirazioni degli oppressi, attribuendogli una natura divina come a manifestare la persuasione dell'impossibilit per un semplice mortale di trasformare il mondo e quasi a farsene un anello di congiunzione fra la terra e il cielo: fra i tormenti di quaggi e l'agognata felicit eterna.
Ma la forza della passivit non riesce a trasformare un dato stato di cose: n i cristiani lo pensavano. Se il mondo pagano croll, fu pi per le incombenti fatalit storiche a cui nessuna istituzione sfugge, che per l'opera dei cristiani. Tant' che lo spirito cristiano rimase solo all'epidermide: lo spirito pagano (che d'altronde, nella sua schietta essenza sfrondata dalle chimere mitologiche e dalle brutture della corruzione, risponde alla vera natura umana) lo spirito pagano, travolto, nel suo lato buono perch naturale dal ruinar mistico di quei primi secoli, risorse a poco a poco: cristiano nelle forme esteriori, nei riti riformati; ma di poco mutato nella sostanza.
Noi stessi, figli del XIX secolo, siamo essenzialmente pagani, senza distinzione, malgrado le predicazioni d'una morale dicentesi cristiana; siam pagani perch tale  la nostra natura: e solo dalla natura sposata all'artificio, possono nascere le mostruosit odierne. Ci perch l'artificio non potr mai essere correttivo alla natura; e l'artificio del cristianesimo  diventato strumento nelle mani degl'interessati a mantenere la propria dominazione sopra la terra, regalando ai poveri il dominio eterno delle celesti sfere... la qual cosa significa rinuncia al benessere terreno.
Ma la natura trionfa d'ogni predicazione morale, giacch non havvi altra morale di quella a cui non si pu neppure logicamente applicare tal nome: la morale derivante spontanea dai costumi d'una vita non artificiosa, ma libera ed egualitaria; non pi dagl'interessi di gente in irreducibile antagonismo.

6..
A dispetto di tutte le predicazioni cristiane, gli uomini tutti, anche inconsapevolmente, lavorano alla conquista della felicit sulla terra; e ci non data soltanto dai giorni nostri;  sempre stato cos perch tale  la natura dell'uomo. L'aberrazione cristiana, di rinunzia ai beni terreni, da chi  e quando fu praticata, se non nel breve periodo iniziale d'esaltazione, e, ancora, strettamente, se non da pochissimi?
Base di questa conquista, della conquista della felicit sulla terra,  il principio di solidariet. Questo principio, a traverso tutte le discordie, le inimicizie, le lotte, si va sempre pi affermando, va dando il tono allo sviluppo evolutivo dell'umana societ. Esso non venne inventato da alcun uomo, n creato da una qualsiasi divinit;  istintivo in ogni individuo: non solo della specie umana.
L'ignoranza e il concomitar di mille altre cause hanno potuto far s che il sentimento di solidariet sia finora stato compreso in un modo ristretto, quindi ristrettamente praticato; la divisione degl'interessi, verificatasi e durata in seguito a un falso punto di partenza,  quella che limit sempre e limita tuttora la solidariet in un campo visivo relativo agl'interessi medesimi; giacch non bisogna scordare che la solidariet, lungi dall'essere un principio di abnegazione, una tendenza di sacrificio dell'individuo alla collettivit,  la risultante degl'interessi che, allargandosi di mano in mano fino a comprendere in un solo campo d'interessi gl'infiniti gruppi in cui si sono finora frazionati, vengono necessariamente a rendere eguale per l'umanit intera la pratica di quella solidariet che ora si va frazionando e aggrovigliandosi a seconda del vario aggruppamento e frazionamento degl'interessi diversi, non comuni a tutti, ma con sempre diverse figure antagonistici fra loro.
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Opinione generalmente diffusa fra coloro che a spiegazione delle origini dell'umanit non si acquietano della leggenda di Adamo ed Eva creati con un alito divino e posti a godersi la vita nel paradiso terrestre,  che i primi uomini, uscendo gradatamente dall'animalit bruta, vagassero soli, isolati, in guerra continua non solo con le belve ma anche fra essi stessi, individuo contro individuo, cercando il contatto momentaneo con l'essere di sesso diverso pel solo bisogno fisico dell'accoppiamento e ritornando tosto alla propria vita vagabonda, ferocemente solitaria, fino a quando, incominciando a comprendere che meglio era tener presso di s la femmina per gli svariati bisogni della sua vita materiale, sia nato l'embrione della famiglia; e che le famiglie, per meglio far fronte ai pericoli infiniti e per meglio vivere di quel che vivessero rimanendo isolate, abbiano cominciato a unirsi in trib: e cos via via, con la fusione della trib, siansi formati i popoli, costituite le nazioni... le quali, unendosi e fondendosi con l'andar del tempo, vengano in avvenire a formarne una sola.
Anche se tali fossero l'origine e lo sviluppo dell'umano consorzio, nulla verrebbe menomato alla concezione della solidariet come sentimento naturale, poich tutta la presente evoluzione dell'individuo nella famiglia, nella trib, nella nazione ecc., dimostrerebbe - sia pure da un punto di vista semplicista - come la caratteristica dell'evoluzione sociale sia appunto la tendenza alla solidarizzazione degl'interessi.
Ma le recenti indagini e scoperte scientifiche, grazie alle quali si pu incominciare a ricostruire nei suoi tratti essenziali la vita degli uomini preistorici, ci consentono di dimostrare che l'affermarsi della solidariet non ha esattamente seguito tale direttiva, poich diverse da quelle che sono nell'opinione corrente, furono le origini e lo sviluppo dell'umano consorzio.
Che la solidariet sia istintiva in molte specie animali, ce lo dice il fatto stesso controllabile da chiunque, della solidariet vigente fra gli animali a istinto socievole, i quali allo stato selvaggio vivono sia in piccole mandre come in grandi branchi, dando appunto saggi tali di solidariet, troppo spesso ignoti a noi uomini, che pur ci vantiamo, ad ogni pi sospinto, fratelli...
L'uomo, animale eminentemente socievole per istinto, visse sempre in agglomeramenti pi o men numerosi, e per un lungo volgere di secoli dei quali a noi non  dato precisare la cifra, la sua esistenza tutt'affatto primitiva non fu gran che dissimile da quella delle altre specie animali viventi allo stato di socievolezza. Nomade per necessit di vita, esso spostavasi a branchi che mal si potrebbero chiamare trib, sia per seguire nelle lor migrazioni gli animali delle cui carni si cibava, sia per scoprire regioni abbondanti di prodotti naturali e clementi per clima. Ma conseguenza di quegli spostamenti continui era il conflitto fra branco e branco, giacch ai primordi del lavorio intelligente, il cervello non rivelava ancora all'uomo la necessit di una solidariet piena e intera fra gl'individui della medesima specie; solidariet che forse non era neppure ancor possibile in tempi nei quali oltremodo scarsi erano i mezzi di provvedere all'esistenza di tutti. La pratica della solidariet era quindi circoscritta - per istinto anzich per raziocinio - fra gl'individui del medesimo branco in lotta continua con gli altri branchi, considerati nemici perch gl'individui che li componevano avevano anch'essi bisogno di vivere... quindi interesse a compromettere l'esistenza degli altri.
Era quella la forma pi bestiale della lotta per la vita.
Lo sviluppo dell'intelligenza and modificando quel primitivo stato di cose. La scoperta della lavorazione della pietra, il nascere dell'agricoltura andarono rendendo l'uomo d'abitudini pi sedentarie; si fondarono i villaggi, il branco and assumendo forme pi stabili; in esso s'andarono man mano distinguendo i pi abili nel guerreggiare, nel confezionare gli arnesi atti ai vari e crescenti bisogni della vita. La necessit degli scambi di detti arnesi e dei prodotti rese necessario lo stabilirsi di relazioni fra trib e trib, fra individuo e individuo; cos nacque il commercio il quale ebbe per conseguenza l'accumulazione, l'affermarsi della propriet. Le trib sedentarie, pi produttrici, quindi pi ricche delle nomadi, si trovarono esposte agli assalti di queste, bellicose e rapinatrici; da ci la necessit di rafforzarsi: quindi alleanze, fusioni di trib, sia per la difesa nella tutela dell'indipendenza e delle propriet minacciate, come per l'offesa tendente alla conquista delle ricchezze altrui, alla sottomissione dei nemici.
La guerra s'and cos erigendo a istituzione; assunse le caratteristiche d'una necessit sociale.
Eppur fra tutte codeste lotte lo spirito di solidariet esisteva; ristretto,  vero, perch ancora mal compreso, ma non meno significativo; e di mano in mano che le condizioni di vita progredivano e s'affermava la civilizzazione, noi vediamo ampliarsi tale spirito. Sar ci per un sentimento cosciente d'umanit? Uhm!... Potr, questo sentimento, avere avuto la propria parte nel fenomeno ma  indubitabile che fu l'interesse ad avere in esso influenza maggiore.
Quando il cannibale comprese essere miglior cosa far lavorare per conto proprio il vinto nemico anzich divorarlo, al cannibalismo venne sostituita la schiavit. Quando questa diede luogo al servaggio e il servaggio al salariato, furono ancora le condizioni mutate dei tempi che spostando la base degl'interessi, rendevano necessarie tali modificazioni alla forma di sfruttamento.
Occorrono secoli, a ognuna di tali modificazioni. Ma esse si compiono nondimeno ininterrottamente nel moto evolutivo: e se oggi si va affermando il concetto della produzione in comune e del consumo a seconda dei singoli bisogni,  perch nuove esigenze s'affacciano, rendendo a poco a poco una necessit fatale la nuova trasformazione.
L'opera cosciente dei novatori non crea circostanze nuove, favorevoli a dette trasformazioni; per - con l'azione di propaganda la quale, per ragioni di sentimento, assume un carattere idealistico - accelera le fasi evolutive, affretta il momento risolutivo.
Le lotte immani che ne sono conseguenza, seminano di vittime il cammino dell'umanit progrediente; di vittime inconscie del formidabile lavorio spontaneo, fatale; di vittime coscienti altres, perch in ogni tempo vi furono coloro che lottarono con uno scopo determinato per affrettare l'infallibile trasformazione delle condizioni di vita proprie alla loro epoca.
Sono queste vittime coscienti che i popoli salutano martiri:  il loro scopo ch'essi battezzano "ideale". La sostanza rimane per invariata, qualunque sia il termine col quale la sentimentalit popolare la definisce: e se anche oggi esistono minoranze di uomini che sdegnando l'acquietamento nella cura dei loro interessi materiali si lanciano ad ogni sbaraglio dando una significazione precisa e illuminata all'azione istintiva delle masse pel miglioramento delle proprie condizioni di vita, l'opera loro non ha merito particolare, per quanto immensa ne sia l'utilit per tutti come acceleratrice del moto evolutivo e preparatrice dell'azione rivoluzionaria che detto moto verr fatalmente a coronare. Non ha merito particolare, perch agendo essi in tal guisa, non fanno che cercare la soddisfazione d'un bisogno che  in loro; il bisogno di ribellarsi alle tirannie dell'ambiente che li opprime e di cui sentono siffattamente l'oppressione da preferire ogni rischio inerente alla loro azione, all'adattamento a condizioni di vita per essi insopportabili.
Costoro sintetizzano quanto d'indistinto si agita in seno alla collettivit: aspirazioni indefinite, bisogni insoddisfatti. Aspirazioni e bisogni che generano lotte alle quali il sentimento mistico della massa attribuisce un contenuto ideale.

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L'ideale non  dunque altro che l'aspirazione al soddisfacimento integrale d'ogni bisogno; e se la tendenza umana  verso la realizzazione di forme di vita in cui ognuno possa procurarsi incontrastato detto soddisfacimento senza dovere perci costringere i proprii simili a privazioni di sorta,  appunto perch il progredire e l'affinarsi delle relazioni fra individuo e individuo viene a rendere condizione essenziale alla tutela degl'interessi d'ognuno l'armonia degl'interessi collettivi, in guisa che solo assicurando il benessere a tutta la collettivit venga garantito quello dei singoli componenti la medesima.
L'istinto cieco spinge l'essere a impadronirsi di quello che gli occorre, senza curarsi dei bisogni altrui; anzi, occorrendo, ad altrui danno cosa che finisce per tornare di danno a tutti, perch il soddisfacimento dei bisogni proprii, conseguito in tal modo,  solo momentaneo, diventando quindi illusorio. L'affinarsi dell'intelligenza, il complicarsi delle relazioni sociali non tardano a far comprendere che il vero soddisfacimento dei singoli bisogni sta nell'eliminazione della lotta che ostacola ogni progresso, intralcia la produzione dell'occorrente al benessere e che fa s che il vincitore d'oggi possa essere il vinto di domani.
Resa evidente tale constatazione, sorge spontaneo il principio della solidariet universale.
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Gigantesche, ininterrotte furono le lotte contrassegnanti l'affermazione e lo sviluppo della tendenza alla solidarizzazione degl'interessi umani. Esse sono tuttavia e saranno ancora tali in avvenire, perch il contrasto degl'interessi, malamente posti quindi non ancora fusi, tiene tuttora gli uomini lontani dalla esatta percezione delle armonie della vita.
In queste lotte, la pratica della solidariet muta a seconda del vario raggrupparsi degl'interessi in conflitto e muter fino a quando essi non assumeranno un carattere d'interesse unico per la collettivit intera; fino a quando cio non si sar compreso che l'antagonismo degl'interessi  nocivo al benessere dei singoli individui, mentre  utile per tutti la loro armonizzazione.
Se allo stato attuale delle cose, certi fenomeni della vita sociale sembrano oppugnare il principio della solidariet, invece di dedurre ch'esso principio  contrario a natura, si pensi all'antagonismo odierno degl'interessi dovuto alla forma d'organizzazione sociale in cui viviamo; si osservi in pari tempo quello che accade ove gli interessi individuali non si trovano gli uni agli altri irreducibilmente opposti e si tenga calcolo dei molti antagonismi eliminatisi in passato, nonch di quelli che si andranno necessariamente eliminando di mano in mano che il progresso (tanto indietro ancora!...) si affermer nella vita nostra.
Da un'identit d'interessi noi vediamo scaturire oggi stesso la pratica della solidariet (magari mentre le si tuona contro, tentando negarla) come  sempre scaturita spontanea, istintiva, fin dalle prime fasi di sviluppo della vita socievole. Vediamo, in pieno conflitto d'infiniti interessi antagonistici, affermarsi in pratica il principio della solidariet non appena un bisogno comune lo richiede. N la vita sarebbe possibile ove ci non fosse. Scoppi un'epidemia, avvenga un terremoto, un'inondazione, un'eruzione vulcanica, un uragano..., e quello che si compie allora per venire in aiuto ai colpiti, alle vittime, ai naufraghi parla alto (meglio d'ogni dimostrazione verbale) in favore dell'affermazione pratica del principio di solidariet, anche laddove ci si potrebbe fare a meno di scomodarci.
Questo potrebb'essere il lato sentimentale della solidariet praticata. Ma dal lato positivo, dal lato cio d'un interesse materiale derivante a chi si rende solidale con altri, abbiam prove - a favore della nostra tesi - che la vita quotidiana rende di una elementare evidenza. Che cosa fanno, a m d'esempio, i lavoratori in conflitto coi capitalisti? Che cosa fanno dal canto loro i capitalisti per resistere alle esigenze dei lavoratori?...
La risposta non  difficile: e non occorre darla in queste pagine, poich ognuno la pu dare da s.
Inoltre, come si reggerebbero le dinastie regnanti se non creassero una solidariet d'interessi fra i loro sostenitori? Come esisterebbero le camarille governative, le camorre burocratiche senza la solidariet tra governanti grandi e piccini? Delinquenti d'ogni risma, settari d'ogni specie sono fra loro strettamente solidali. "Una mano lava l'altra..."  tanto noto proverbio!.... E lo stesso spirito di corpo, cos tenace, cos formidabile fra soldati d'una stessa arma, fra poliziotti, fra preti, fra ogni categoria, insomma, degli stesi rifiuti sociali; lo spirito regionalista, lo spirito professionale e via dicendo, che cosa sono se non una forma - sovente mostruosa, ma sempre eguale nell'essenza - della solidariet fra persone legate da interessi comuni o anche soltanto da affinit di nascita, d'educazione, di funzioni?
Si dir che  inevitabile l'antagonismo fra i differenti gruppi d'interessi solidali soltanto fra loro; adesso s, perch adesso cos vuole la forma attuale di organizzazione della societ. Ma trasformandosi questa nel senso fin d'ora intravveduto come fatale dalle menti illuminate dei precursori, gli interessi ora in antagonismo si fonderanno in un solo interesse; allora la pratica della solidariet si estender a tutto l'uman genere e in tutte le attivit e le funzioni della vita universale, sia pure a traverso infrenabili scosse, quando il periodo evolutivo sar compiuto.
Affrettare quel momento,  il compito dei novatori.
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Se la solidariet venisse predicata come una virt, come un'idealit del sentimento e le lamentate cause d'antagonismo d'interessi sussistessero tuttavia, siccome non havvi predicazione morale che pervenga a sopraffare la materialit degl'interessi, le predicazioni in materia rimarrebbero eternamente sterili: i pochi mistici che vi attendessero, sarebbero sempre i sacrificati, senza utilit e senza scopo reale. Ma per noi non si tratta di sciupar tempo ed energie nelle astratte predicazioni di cui tanto si compiacciono i moralisti, i retori; quello che si  convenuto chiamare "la morale", deve scaturire con piena spontaneit dalle condizioni stesse della vita.
Quando dette condizioni saranno eccellenti, eccellente sar la "morale". Armonizzando quindi gl'interessi dei singoli componenti l'umana specie, conseguenza naturale sar la piena solidariet nelle relazioni umane, sostituita allo stato attuale di lotte e d'inimicizie.
Non pi, dunque, solidariet di corpo, di casta, di classe, di nazionalit come abbiamo oggi a cagione dell'antagonismo fra i molteplici gruppi d'interessi in aggrovigliata lotta fra loro: ma solidariet fra gli uomini tutti, come logico, fatale risultato delle mutate condizioni di vita, della forma d'organizzazione che nella societ nuova avr per base la comunanza degl'interessi universali.
Questo, sfrondato d'ogni mistico attributo, dev'essere inteso per "ideale".
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FINE.